Perfect days

poster del film

Ho visto Perfect days, l’ultimo film di Wim Wenders. Si, proprio il film in cui il protagonista pulisce i bagni pubblici. E si, ho notato che strani e che belli siano i bagni pubblici a Tokyo. L’idea del film a Wim Wenders pare sia venuta proprio dopo che gli sono stati commissionati una serie di cortometraggi di 4-5 minuti ciascuno dedicati ai bagni pubblici di Tokyo e agli architetti che li hanno progettati.

Ma questa è un’altra storia.

Questo è stato l’incipit di tutte le volte che ho detto a qualcuno dei miei conoscenti che ho visto questo film, fra chi lo ha trovato assolutamente narcotizzante, e chi lo ha adorato. Rimanendo con occhi sognanti a vedere scorrere i titoli di coda, riflettendo sulla storia appena raccontata.

Io appartengo alla seconda categoria

Il taciturno Hirayama, protagonista della narrazione, tiene in ordine la sua esistenza grazie a una serie di abitudini quotidiane: tutte le mattine si alza all’alba; beve un caffè freddo appena salito sull’auto; scatta fotografie con una macchina analogica alla chioma al vento del suo albero preferito; ogni settimana ne sviluppa il rullino e cataloga le foto in scatole che riportano mese e anno, ordinatamente impilate in ordine cronologico dentro un armadio; si occupa della sua igiene personale in quello che credo sia un sentō; pranza e cena sempre negli stessi posti, dove incontra sempre le stesse persone; la sera si addormenta da solo leggendo un libro.

Una vita vuota e monotona? La sua quotidianità sembra sempre uguale, eppure accadono un mucchio di cose. Scopriamo che probabilmente proviene da una famiglia ricca e agiata ma evidentemente poco felice. Gli capita il doppio turno perché il suo collega si licenzia senza preavviso e l’azienda non riesce a sostituirlo. Viene trascinato dal suo collega in centro città che vuole dimostrargli quanto è stupido a conservare delle vecchie musicassette mentre potrebbe venderle e guadagnare molti soldi.

Lo scorrere della sua quotidianità, che credo non si differenzi molto dalla vita della maggior parte di noi, ha avuto per me un significato denso e profondo. Profondo come una cisterna di acqua gelata in cui immergersi. Difficile trovare il coraggio per entrarci, sofferenza allo stato puro ambientarsi, ma che soddisfazione quando riesci a goderne. Una di quelle visioni che non molla facilmente. Perché quella che ad uno sguardo superficiale può sembrare una routine monotona è invece una scelta di vita. La scelta di essere felici nonostante le cose che accadono.

Lo sguardo verso il cielo

La cosa che mi ha colpita particolarmente è lo sguardo di Hirayama sempre alzato verso il cielo. Appena sveglio osserva il profilo delle case di fronte con il sole che albeggia. Mentre va al lavoro ci regala sguardi che indugiano sul profilo dei grattacieli della città. In pausa pranzo osserva le chiome degli alberi, uno in particolare è il suo preferito, e gli scatta fotografie. Se l’angelo de Il cielo sopra Berlino [opera dello stesso regista] guardava dall’alto la vita brulicante degli uomini, qui è esattamente l’inverso.

Quando tutti i giorni diventano uguali è perché non ci si accorge più delle cose belle che accadono nella vita ogni qualvolta il sole attraversa il cielo.” ha scritto Paulo Coehlo.

La [lunga] scena finale in cui Hirayama, guidando il suo minivan, guarda il cielo piangendo, ma poi sorridendo in mezzo alle lacrime, con il sole che gli illumina il viso, contiene un altissimo contenuto di speranza.

E non vedo l’ora di poterlo rivedere.

Blogger e web writer. What else?
Articolo creato 1044

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto