Il web ci rende stupidi

ipad aperto nella cartella social netrworking

Ci sarà pure un motivo se lo scrittore Nicholas Carr è arrivato a scrivere che «il web ci rende stupidi»; se il saggista Jaron Lanier sostiene che la cultura del Web «ha soppresso la creatività individuale e l’innovazione»; e se il blogger Andrew Sullivan, in un lungo articolo titolato I Used To Be a Human Being (Un tempo ero un essere umano), descrive la sua dipendenza dal web come una sequenza di inutili tweet, di frenetici post e di un’assuefazione alla lettura di news del tutto superflue. Qualcuno potrebbe giudicare quella che abbiamo descritto come la reazione annoiata di un drappello di radical chic di fronte al mondo che cambia.

Ma c’è un’altra possibilità: forse è solo l’inizio di quello che Tim Wu considera il quarto grande rifiuto, nel corso degli ultimi cent’anni, nei confronti della pubblicità che avvolge la nostra vita. (fonte Enrico Pedemonte, «pagina99», 5 novembre 2016 Attenti, Google e Facebook ci rubano l’attenzione)

Mi fermo qui anche io

Quando internet era poco popolato, io c’ero. L’uso di avatar e nickname era il nostro modo di vivere questo posto sconfinato. Nessuno ce lo aveva spiegato, o doveva spiegarcelo, lo sapevamo da noi che era (è) un posto potenzialmente pericoloso. Personalmente lo facevo per evitare spiacevoli frequentazioni, per preservare anonimato e privacy.

Eppure dietro quell’avatar e quel nickname mi sentivo libera di raccontarmi.

Ora dietro gli schermi fra chi insegna l’ovvio, chi parla di quello che non sa, chi vende prodotti e servizi, chi fa finta di dare consigli per vendere prodotti e servizi la tanto sbandierata autenticità è frutto di calcolato marketing. È stato il futurologo americano Alvin Toffler nel 1980 a teorizzare, ma userei la parola prevedere, che una delle caratteristiche della società contemporanea sarebbe stato il ritorno dell’importanza della famiglia e l’avvento del prosumer, una figura sociale ibrida tra il produttore e il consumatore. Ora si grida al re nudo, ma come ci insegna la storia, lo è sempre stato. Fortunatamente i messaggi promozionali spacciati per consigli e stili di vita su di me non hanno mai fatto presa. In particolare per un periodo mi sono concentrata sul segmento degli influencer letterari. In sostanza account in cui si parla di libri. Ne ho ricavato cinque caratteristiche comuni:

  1. Post con foto di copertina di libro dalla didascalia striminzita. Da qui il dubbio: l’avrà letto davvero?
  2. Post con foto di copertina di libro appena pubblicato, pubblicizzato da diversi book influencer. Da qui il dubbio: l’ha scelto in maniera autonoma?
  3. Post con foto di comodini con libri impilati, almeno sette, ogni settimana diversi. Qui in realtà parte l’invidia per chi riesce a leggere un libro al giorno. Ma anche il dubbio: li avrà letti davvero? Li leggerà davvero tutti? Il bello di internet è che tutto scorre e la memoria è corta.
  4. Post con foto di libreria di casa del book influncer di turno sempre ordinata. Qui parte solo l’invidia.
  5. In generale i profili migliori, che raccolgono maggiore seguito, appartengono a persone evidentemente benestanti. Non solo semplici profili: sono investimenti. Sono aziende.

Rimangono poche, pochissime cose da salvare. Le foto belle, le foto dei posti che non vedrò mai perché sono povera e non posso viaggiare, le foto. Il resto è solo rumore.

Cosa ho concluso?

Non sono una millennial per una manciata di anni, ma come titola Wired, anche io mi sono stufata dei social media.

millennials sono l’ultima cosa che resta del mondo analogico, il ponte tra ciò che era e ciò che sarà. E forse è proprio questo il motivo per cui mi sembra che non ci siano più app per socializzare valide come quelle di un tempo. Siamo cresciuti a suon di Msn e Myspace. E poi Friendster, Blogger, Tumblr, Twitter e Facebook sono stati i luoghi dove abbiamo trovato le nostre community, nutrito le nostre pulsioni creative e persino la nostra carriera. Con il tempo, però, è cambiato tutto.

Come l’autore del pezzo, non mi sento troppo vecchia. Semplicemente, non mi sento più rappresentata.

Da luogo di condivisione i social media si sono trasformati in luogo di transazione.

Se la regola del “se è gratis allora il prodotto sei tu” è sempre valida, l’esserne consapevole mi impedisce di lasciarmi abbagliare e avviluppare in un mondo digitale in cui la moneta di scambio non è solo quella che esce dal portafogli.

I teorici della comunicazione la chiamano “attenzione”: la nostra attenzione, il nostro tempo, la nostra opinione ha un valore inestimabile. Più la spendiamo sui social media, meno ce ne sarà per apprezzare quello che ci circonda nella realtà.

Blogger e web writer. What else?
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2 commenti su “Il web ci rende stupidi

  1. Ti capisco davvero, mi sento intrappolata, ammaliata, derubata da tutto questo mondo digitale.
    Sento estremamente reale il problema dell’attenzione che necessita e mi porta via, il problema del tempo che perdo, il problema della memoria che mi ruba, dell’informazione spesso scadente, del costante confronto che diventa inevitabile.

    Credo che però noi “vecchi” e “ribelli”, che viviamo ancora l’offline con rispetto e a volte malinconia, possiamo dare qualcosa di originale a questo internet che sta omologando il mondo.

    Ti abbraccio!

    Elena

    1. Elena c’è un altro passaggio dell’articolo che mi ha dato la spinta per questa riflessione che riguarda proprio l’attenzione. Supponiamo che la nostra capacità di attenzione sia come un sacchetto di polvere d’oro con un buchetto sul fondo che ci portiamo dietro nel corso della giornata. Ovunque andiamo disperdiamo un po’ di quella preziosa polvere ed è ovvio che ci siano persone (i broker dell’attenzione) impegnate ad attrarre i consumatori nelle proprie stanze (giornali, tv, siti web) e trattenerli più a lungo possibile perché la quantità di tempo è proporzionale alla polvere d’oro dispersa.
      La nostra attenzione vale oro, e ne abbiamo una quantità limitata. Ecco perché a fine giornata siamo stanchi e frastornati. Da quando ho disinstallato alcune app social, e ho fatto pulizia di contatti, a costo di rimanere fuori dai grandi flame dell’internet, sto decisamente meglio.

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi

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